Febbraio 1922: improvvisamente, d’assalto, la poesia occidentale si compie. Il maniero di Muzot, nella valle del Rodano, in Svizzera, diventò il Tabor e il Sinai, l’albero di fico reso leggenda da Siddharta Gautama, la mistica caverna di Jabal al-Nur. Il secolo trattenne il respiro, con labbra d’oro. Rainer Maria Rilke, nell’arco di venti giorni, scrive i Sonetti a Orfeo e risolve le Elegie duinesi, a cui lavorava da dieci anni. Sembra una rivelazione, l’attimo perfetto, incuneato come una perla nell’anno memorabile: nel ’22 vengono ideati alcuni capolavori senza tempo – l’Ulisse di Joyce, la Terra desolata di T.S. Eliot, Il castello di Kafka –, muore Marcel Proust. Rilke, l’autentico asceta dell’arte, aveva preparato con lacerante dedizione quel momento: nel 1919 si congeda dalla figlia, che non rivedrà mai più, dagli amici, dal tempo; dal 1921 sale a Muzot, donatogli da un ammiratore, Werner Reinhart. Le lettere, qui in una selezione curata da Franco Rella, sono il modo con cui il poeta comunica con il mondo, costituiscono uno degli epistolari più vertiginosi della storia della letteratura. Dagli incontri, decisivi, con Tolstoj e Rodin al legame con Lou Andreas Salomé, fino alle parole estreme, poco prima della morte, “Sono ancora io, io che brucio/ Ormai qui inconoscibile?”, questo libro è il breviario del poeta angelico e tremendo, la lancinante confessione. In quale assoluto, magnetico e crudele, senza fiato, getta la poesia se imbracciata come sola ragione di vita.
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