Una cronaca familiare per voci sole, l’epopea di una famiglia ebrea triestina alle prese con un conflitto di identità cui gli eventi storici impongono una serie di scelte drammatiche, il disfacimento di un mondo borghese colto e protetto in un gorgo di infelicità, malattia e devastazione di tutte le certezze, in un tempo che corre dai primi del ‘900 fino al Ventennio fascista . In questo insolito romanzo di genere diaristico si concentrano il dramma familiare e il travaglio di una comunità intera, le vicissitudini di una classe sociale e di una città simbolo della cultura italiana del periodo prebellico al centro di una contesa di appartenenza nazionale che ha segnato la sua storia ancora per molti decenni in seguito. Al centro di questo complesso viluppo drammatico e familiare domina la figura di Gemma Levi, una donna di irresistibile fascino appassionata e spregiudicata, insofferente alle convenzioni , egocentrica e istintiva ma anche vitale e autentica, solare e infantile in egual misura e perciò disarmante. Gemma è circondata dall’ammirazione e dal consenso incondizionato quando giovanissima sposa Sandro Levi, un uomo mite, debole e follemente innamorato di lei. Ma con la nascita del primo figlio Marcello le prime avvisaglie di quella che sarà un’ininterrotta sequela di drammi fa la sua comparsa. Marcello si ammala di meningite, è un ragazzo fragile, febbrile, instabile, afflitto da un gigantesco e morboso complesso edipico che Gemma inconsapevolmente non fa che acuire con la sua smania di mondanità, avida com’è di brillare e dominare incontrastata sulle altre donne della buona società triestina. La seconda figlia Dolly si rivela una ragazza indipendente, poco controllabile e fortemente legata al fratello, prima conquistata dalla madre e poi ferocemente critica nei suoi confronti, soprattutto quando Gemma si abbandona al facile conforto di un amante più giovane di lei, un giovane avvocato con una invincibile inclinazione al gioco d’azzardo e all’oppio. Castaldi è inoltre un uomo rozzo e fatuo, per di più fervido seguace della propaganda fascista. Ha tutto dunque per essere inviso a Marcello che ne è geloso e a Dolly che lo trova volgare e detestabile. In una vicenda errabonda in cui si alternano continui spostamenti da Parigi al Cairo, senza tralasciare una irreale spedizione a Vienna per far visitare Marcello dal grande Sigmund Freud, e poi Venezia Bologna Genova Pisa e Firenze in un affannoso susseguirsi di soggiorni lussuosi che in realtà camuffano il decadimento della famiglia e la perdita della quasi totalità dei beni fino alla completa rovina, il marito di Gemma, inconsolabile per il tradimento di Gemma e incapace di far fronte ai problemi morali che scaturiscono dai sensi di colpa nei confronti del figlio e dal suo ritegno ad imporsi con la moglie oltre alla mancanza di fermezza nelle questioni finanziarie, si uccide platealmente nel corso di una cena. Marcello ormai malato, morfinomane, si rinchiude in un dolore muto e torvo e sprofonda poco tempo dopo anch’esso nei gorghi della droga fino a morirne. Resta a Gemma la consolazione del figlio minore Titti, nato qualche anno dopo i primi due. Titti è bello e solare dolce e angelico e in esso Gemma ricuce il suo sentimento di maternità ferita e oscuramente colpevole. Ma come per un decreto del destino anche Titti le sarà sottratto prematuramente e Gemma irriducibilmente rivendica in questo figlio il proprio statuto di madre sigillando il suo ruolo nel suo epitaffio come la “mamma di Titti”. E’ un singolare e coinvolgente romanzo questo dell’esordiente Silvia Bonucci, che racconta una storia tormentata ispirata a elementi tratti dagli archivi della famiglia e poi ampiamente rielaborati, un segmento emblematico di un pezzo di storia italiana e di una famiglia che ben rappresenta la significativa comunità ebraica triestina in tempi che la videro divisa e invisa, costretta cambiare la propria identità nazionale e a fare scelte dolorose e difficili nella tempesta di una guerra prima, e successivamente del Ventennio fascista, un regime che andava preparando un nuovo conflitto dagli esiti disastrosi. Lo stile del romanzo in questo senso rappresenta una scelta efficace e incisiva in termini di pathos e al tempo stesso conduce il lettore di volta in volta ad ascoltare le voci che si alternano sulla scena identificandosi con un punto di vista particolare e inducendo una partecipazione emotiva che si ferma prima del giudizio. In questa qualità sospesa del giudizio risiede forse la qualità migliore del romanzo.
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