Classe di ferro 1985, Matteo Bruschetta ha scoperto il calcio — e ha imparato a leggere e a scrivere — grazie alle figurine Panini. Il suo primo album è stato quello dei Mondiali di Italia ’90: Roger Milla e Dragan Stojković i suoi primi eroi, quel gol di Roby Baggio il suo primo grido di gioia, quel gol di Claudio Caniggia la sua prima delusione.
Il calcio lo ha vissuto da varie angolature: dal campo come calciatore e arbitro, dalla panchina come allenatore delle giovanili, dalla tribuna come giornalista sportivo e ultrà, dalla poltrona come semplice appassionato. Dopo un decennio di collaborazioni con vari quotidiani, tra cui il Corriere dello Sport, ha scoperto che oltre il rettangolo verde esistono altre strade
Nel 2010 ha riempito lo zaino e ha messo le tende in varie città — Londra, Sydney e Praga — trovando conferma al sospetto che «là dove sei felice, sei a casa».
Nei suoi libri racconta il calcio del passato, cercando di intrecciare sport, storia e società con un pizzico di ironia. Calcisticamente ateo, da sempre simpatizza per chi gioca con coraggio e per gli underdog, senza badare al colore della maglia. La squadra che più lo ha divertito è stata l’Atalanta di Gian Piero Gasperini e concorda con il Dottor Sócrates sul fatto che «la vittoria di un titolo è cosa effimera».
Appassionato di letteratura sportiva, quando deve fare un regalo di compleanno è spesso indeciso su quale libro di Gianni Brera scegliere.