Lisa A. Ocean

Sono nata in un mondo di parole.

In un febbraio coś nevoso che mio nonno fu costretto a spalarci la via davanti a casa, il terzo giorno della mia neonata vita.

In un mondo di parole. E di musica.

Le due cose, oltre all’amore, che in casa mia non sono mai mancate.

C’erano sempre canzoni, in quelle due stanze, e storie. Storielle che mia nonna canticchiava e rimava per me in dialetto, storie della bisnonna e della trisavola durante la guerra, storie dei tedeschi e di cosa avevano loro portato via, storie del vicinato e della parrocchia, storie incise su cassette da far girare nel mangianastri che mio padre aveva sudato tanto per comprare.

Storie graffiate su 33 giri, che guardavamo sulla carta lucida di illustrazioni che sembravano quadri, tanto erano belle.

“A mille ce n’è…”

Non sapevo ancora leggere, ma riconoscevo quella frase per com’era scritta: l’inizio dei miei sogni.

Credo che la differenza, in quei primi anni, nella scelta tra la musica e le storie per il mio futuro, l’abbia fatta la mia intonazione.

Ho sempre fatto schifo a cantare. Non mi restava che raccontare.

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