Antonio Diavoli

Antonio Diavoli nasce, unico figlio, in una piccola borgata contadina dell’entroterra savonese, nota come Buio, il 4 Ottobre 1910 da padre ligure e madre di origini francesi.

Non si hanno testimonianze della produzione poetica fino al 1927 quando, sulle pagine di una rivista genovese di autori autogestiti (Escholia), furono pubblicati alcuni versi in rima, senza titolo, a nome di un certo Federico F., che si sa per certo essere lo pseudonimo utilizzato da Diavoli per contrassegnare quei suoi primi tentativi in versi.

Iscrittosi nel 1929 alla facoltà di Economia sotto le insistenze del padre, Diavoli ottenne dalla famiglia il consenso e i mezzi per stabilirsi a Genova, dove, invece di frequentare le lezioni all’Università, iniziò ad allacciare contatti con esponenti minori dell’ambiente culturale dell’epoca.

Sul finire del 1932 fu costretto a rientrare (dopo più di un anno di completa assenza) a casa per la sopravvenuta morte del padre, assalito, rapinato e ucciso di ritorno da un viaggio a Marsiglia.

Nel 1937, la morte della madre, anch’essa in circostanze tragiche e la scoperta dei debiti accumulati dalla famiglia a seguito di una scellerata gestione del patrimonio da parte di lei, costrinsero Diavoli, su consiglio della moglie, ad affidare ad Antoine Gris, avvocato e banchiere amico della famiglia Weber, il compito di liquidare l’intero patrimonio famigliare (fatto di terre, piccole rendite di capitali investiti all’estero e alcuni appartamenti).

Gli anni dal ’52 al ’74, anno della morte, furono per Diavoli quelli di una febbrile attività letteraria, volta alla ricerca e allo sviluppo di uno stile, un linguaggio fortemente connotati, le cui linee essenziali non possono però mai essere completamente risolte nell’appartenenza ad una particolare corrente o ai canoni di un particolare autore a lui contemporaneo.

La mattina del 6 febbraio 1974, Diavoli fu trovato morto suicida in casa da Giatti, passato a fargli visita, preoccupato per il prolungato silenzio dell’amico. Tutte le carte, i manoscritti, furono imballati e spediti, come da volontà testamentaria, all’amico di Roma, al quale Diavoli affidava così il compito di custodire la propria eredità letteraria, senza alcuna necessaria precisazione in merito alla gestione della stessa.

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