Seller: Libreria Studio Bosazzi, Firenze, FI, Italy
Brossura. Condition: nuovo. Fabrizio Serra, 2020, pp. 260 con 15 figure in bianco/nero n.t. Il lavoro su duemila anni di risposte esegetiche a un testo che ha la potenza dell'Eneide rende evidente come i problemi relativi al rapporto tra autore, opera e lettore abbiano una loro persistenza malgrado i mutamenti epocali. La parola è come incastonata nella fruizione, le tracce di coloro che per un paio di millenni l'hanno interrogata si affollano quasi a coprirla. Sono particolarmente affascinanti quei luoghi che non sono affatto oscuri e che tuttavia causano, a leggerli, un disturbo di difficile definizione, documentabile fin quasi dal primo apparire. Questo lavoro prende avvio da tali luoghi e si concentra su due passi del primo libro dell'Eneide che sono all'apparenza coerenti con il canone epico, e tuttavia gli interpreti vi hanno da subito percepito una indefinibile disfunzione. Si tratta del momento in cui si para di fronte a Enea, nella selva oltre la quale c'è Cartagine, la madre Venere in veste di vergine cacciatrice (Aen. 1, 314-417); e del momento in cui Enea è assorbito dalla pictura del tempio e intanto entra in scena Didone (Aen. 1, 494-504). Fin dai primi interventi ermeneutici a cui possiamo risalire, questi due episodi suggeriscono che qualcosa non va. È ciò che succede all'episodio della selva, su cui si incentra la prima parte del lavoro («Ciò che vede Enea»). Venus-virgo è percepita subito come perturbante: lo si evince prendendo in esame riscritture poetiche, letture allegoriche, commenti per lemmi, volgarizzamenti, materiali iconografici, parodie. Da questa rassegna, che muove dai contemporanei di Virgilio e approda al Novecento e alle prospettive critiche più recenti, emergono con chiarezza due tendenze interpretative antitetiche. La prima mira a normalizzare ciò che appare abnorme, vale a dire Venus genetrix travestita da virgo, in modo che l'espunzione degli elementi disturbanti permetta a chi legge di fruire della scena senza imbarazzi (tale corrente ermeneutica prende avvio da Seneca e per varie strade arriva fino agli studiosi contemporanei che potenziano la tonalità alta del conflitto tra umano e divino). La seconda tendenza, nettamente minoritaria, segnala e spesso evidenzia in vario modo che a generare disturbo è la componente erotica. Da Ovidio, passando per il burlesco e il comico, questa corrente cercherà una sua sistemazione nelle riletture freudiane. Se nella prima sezione di questo lavoro il disturbo sembra derivare da un eccesso vale a dire dal fatto che in un certo senso Enea, 'vede troppo', la seconda parte («Ciò che Enea non vede») si concentra su una mancanza, su un'assenza, quella del primo sguardo dell'eroe su Didone, che Virgilio sceglie di non segnalare, e sull'accanita ricerca di questo sguardo da parte degli interpreti di tutti i tempi. Da Marco Valerio Probo fino a Philip Hardie in un orizzonte temporale molto vasto e differenziato è possibile tracciare una linea lungo la quale affiora di continuo il bisogno di piegare il testo alle proprie attese e attribuire a Enea una reazione tendenzialmente estranea al genere epico, ma coerente con la poesia elegiaca e con il Virgilio bucolico. Nel prendere in esame questi due luoghi virgiliani lo scopo è ricostruire le fasi più significative della loro ricezione, segnalando la continuità di certi snodi tematici e soprattutto mettendo a fuoco il primo affiorare di quei segnali destabilizzanti e il loro perdurare nel succedersi dei responsi ermeneutici. Il lavoro si propone di tornare al testo virgiliano proprio attraversando la 'cortina fumogena' delle interpretazioni, e non cancellandola o ignorandola: questo 'fantasma' assume una sua consistenza e pone un problema: fino a che punto il testo virtuale evocato dagli interpreti è fuorviante; e fino a che punto invece è un passaggio essenziale per formulare ipotesi che si avvicinino sempre più alla strategia messa in atto da Virgilio. Sommario: Introduzione. Prima parte. Ciò che vede Enea. I. La lettura dei cont.